La stanza nella roccia.

1

Non esisteva un modo per Jim di fissare quei maledetti scudi dell’unica finestra della sua camera, questi continuavano a sussultare sotto i colpi del vento poderoso ed ininterrotto. Un urlo continuo che, nelle notti di inverno, si poteva sentire scorrere nelle ossa carico del freddo gelido del nord. La finestra di cui Jim era vittima dava direttamente sul mare e, se non fosse stato per un brevissimo lembo di terra, avrebbe offerto una visione totale dell’oceano dalla riva all’orizzonte. 

Quella stessa finestra, noiosa e tumultuosa di notte, quando di giorno si apriva, ripagava il ragazzo delle molte ore passate a cercar di dormire ignorandone il rumore. 

Bastava alzare di poco la testa dal cuscino per vedere il mare e fare pace con i legni del perfido marchingegno e godere di una bellezza semplice e sterminata.

La sua casa era una vecchia catapecchia posta sul limitare estremo di una delle tante scogliere di quella splendida terra di Inghilterra, abitava con i suoi genitori e con loro si occupava di mandare avanti e indietro un gregge immenso di pecore che, oltre a provvedere al sostentamento alimentare di tutti loro, si faceva anche carico di rifornire le fabbriche di una lana pregiatissima e molto apprezzata.

Jim era nato in quella casa e, oltre alla sterminata grandezza dell’elemento che occupava la sua finestra, conosceva molto bene i prati su cui scorrazzavano le sue pecore e ogni collina e avvallamento, ogni albero era noto e non esistevano sentieri che non avesse calpestato.

In compagnia del padre; il signor McPowell,  aveva visto molte distese di terra florida su cui le loro pecore potevano godere di un’erba fine e gustosa resa tale dalla composizione salmastra dell’aria di mare.

Tutte le mattine poco prima che il sole divenisse prepotente sua madre ripeteva il rito della sveglia e tutte le volte la donna era costretta ad aprire i battenti famelici. Jim assaporava i gesti della madre come una carezza e altro non aspettava che la donna poggiasse il suo bicchiere di latte sulla panca e che gli dicesse che era ora di alzarsi.

Jim teneva gli occhi chiusi di proposito nella speranza di ascoltare bene i passi della madre. Aspettava che la magia del risveglio fosse contornata da quel senso di casa che adorava tanto, la donna accarezzava il capo del ragazzo per poi rincorrere le sue faccende.

Assolto il rito della sveglia Jim si lanciava dal letto e, in tutta fretta, cercava di vincere il timore della tinozza con l’acqua, lavava il viso, giusto il necessario, e, con sempre maggior fretta, indossava i suoi abiti per correre da quella belante massa che lo aspettava.

Senza fare piú¹ caso a cosa dovesse fare ripeteva ad abitudine gesti ormai consueti e, in pochissimo tempo, era pronto per presentarsi a McPowell pronto per l’ennesima giornata a rincorrere pecore per lo Yorkshire.

A completare lo schieramento di forze, oltre al signor McPowell, si aggiungeva un bastardino di taglia media con un’occhio contornato di nero e tutto il resto del pelo bianco, questi rispondeva al nome di Point il cui nome voleva essere un chiaro riferimento all’indiscreto occhio nero.

Schierati innanzi al recinto, il ragazzo e il cane, sembravano in riga per subire l’ispezione di McPowell che, ogni mattina, nascondeva un sorrisino compiaciuto dietro la pipa eternamente accesa e alla folta barba giallastra.

I tre si incamminavano lungo le loro vie, non segnate, se non dall’esperienza, e guidavano il gregge su per le colline o in qualunque posto avessero ritenuto opportuno. 

Il signor McPowell, oltre che a camminare, non sembrava facesse molto, ma ad un suo fischio, quasi come per una strana alchimia, il gregge ubbidiva quasi come sotto una guida meccanica.

Se il signor McPowell sembrava fare poco questo non si poteva dire di Point che correva instancabile intorno al gregge e che era pronto a redarguire subito il ribelle di turno. Point era un cane eccezionale, anche se non adatto, per razza a quel compito, sembrava aver appreso bene come gestire i suoi sottoposti. 

Non per questo si faceva mancare qualche gioco amichevole con questo o quel agnellino, spesso passava ore a rincorrersi con i piccoli di pecora e non sempre risultava vincitore nelle dispute del gioco, ma quando doveva dirigerle diventava il cane più categorico che si potesse immaginare anche se la sua taglia era spesso inferiore a coloro che guidava e redarguiva.

Per quel che riguardava Jim, beh, lui era un uragano di cose da fare, corse da compiere, anfratti da esplorare. Ovviamente questo non gli impediva di badare al suo gregge come, e anche meglio, del signor McPowell, era un ragazzo per cui la curiosità e lo spirito d’avventura erano tutt’uno con il suo essere. 

Era inconcepibile per il ragazzo non guardarsi attorno, non riusciva proprio a camminare senza essere attratto da mille cose e fantasticare dietro alla sua immensa curiosità. Molte volte sembrava così avido di conoscere ciò che lo circondava che il signor McPowell doveva redarguirlo dopo essere incespicato in un sasso qualunque o aver sbattuto il naso contro un tronco enorme.

Per Jim il fatto stesso di avere a disposizione tutto quel pezzo di mondo da osservare era già bastevole a tenere la sua mente occupata in mille domande, mille voglie di scoprire; cosa ci fosse sulla sinistra, sulla destra e ovunque il suo sguardo si posasse. 

Spesso, nelle interminabili ore di pascolo, Jim e Point lasciavano il signor McPowell alla sua pipa e percorrevano i dintorni come lanciati in una corsa folle verso, chissà, quale scoperta o avventura. Non erano rare le volte che i due tornassero sfoggiando qualche trofeo ottenuto combattendo contro orde di nemici fantastici, custodi di fortezze,altrettanto,  fantastiche. Poteva essere uno scettro luminescente rubato al tale sovrano o una gemma preziosa recuperata in una scorribanda di furfanti avventurieri.

I cimeli spesso risolvevano le loro fattezze in rami intricati o minerali appena un po’ più strani del solito, ma era interessante vedere con quale fierezza il ragazzo e il cane tornassero da McPowell a mostrare le loro conquiste fantastiche. 

Sempre, il placido fumatore, rimaneva divertito a vedere l’incedere impettito dei due di ritorno e non mancava mai di chiedere quale tiranno o drago avessero dovuto affrontare nel cimento odierno.

A quel punto partiva la descrizione dettagliata di Jim che riproponeva, come fosse uno spettacolo, le incredibili evoluzioni e Point si prestava con insospettabile capacità interpretativa.

Era difficile per il signor McPowell trattenersi dal ridere copiosamente e non cercava nemmeno di evitarlo tanto erano appassionati i racconti di quelle avventure fantastiche. Spesso incoraggiava i due suggerendo qualche risvolto inaspettato e ne godeva dei frutti.

Il racconto di Jim variava in modo sempre più creativo e divertente e Point sembrava capire al volo le necessità del narratore e, anch’esso, adeguava le movenze all’improvviso cambiamento di trama. Era un vero e proprio spettacolo di fantasia a cui era impossibile sottrarsi e che aiutava il tempo a passare.

Le giornate del terzetto prevedevano anche un pasto fugace a base di pane fatto in casa e formaggio di pecora. Qualche brandello di carne affumicata si alternava al formaggio e bastava a riempire gli stomaci dei tre commensali fino a sera. 

Non di rado il pranzo veniva arricchito da qualche buona fetta di torta che la signora McPowell provvedeva a infilare nella sacca e,non di rado, questa veniva accompagnata da McPowell con qualche sorso di whiskey direttamente dalla sua fiaschetta.

2

Il rientro, a differenza della mattina, vedeva McPowell impegnato ad instradare le bestie al recinto, coadiuvato da Point, mentre Jim si precipitava dalla madre la quale gli dava lezioni di inglese, matematica e geografia e che il ragazzo sembrava apprezzare molto. Soprattutto adorava la geografia e scorrere il dito sui confini delle terre indicate dalla madre ad immaginarsi come potessero essere quelle terre tanto vicine al suo dito ma tanto lontane nella sua immaginazione. Ogni volta che lo sguardo si posava su una costa non riusciva a non immaginare di sbarcare in quel luogo al comando di una spedizione, non sapeva imparare come si chiamava un posto o un mare senza che questi non fossero immagini complesse e ritorte in un’avventura di prodi esploratori in cerca di qualche meraviglia mai vista prima. La mente di Jim era una fucina formidabile di curiosa fantasia e immaginazione creativa. I suoi occhi di bambino riuscivano a vedere in un attimo avventure che altri avrebbero potuto scrivere in volumi di centinaia e centinaia di pagine. 

Per la matematica nutriva curiosità più perché non la capiva, questo lo metteva a contatto con un lato del suo animo che era esposto ad ogni ignoranza con atteggiamento di scoperta. 

Il procedimento non era dissimile a quando scorrazzava sulla cartina geografica ma era meno inteso perché con i numeri proprio non riusciva a farci la guerra o sconfiggere il drago della logica. 

Intendiamoci, se Jim avesse voluto avrebbe potuto vedere nella cifra del tre anche una mostruosa anaconda, ma la logica a cui era costretto faceva in modo che la leggerezza dei confini geografici gli risultassero più congeniali e meno ostruttivi.

Quello in cui riusciva meglio era leggere. 

Jim si lanciava in ogni sorta di lettura e questa sua propensione faceva in modo che le lezioni di lingua inglese fossero leggere e semplici. La sua vera e propria passione per la lettura gli permetteva di correre senza doversi muovere, vivere le avventure come le voleva e quando le voleva. 

Era un lettore così insaziabile che già alla sua tenera età lesse quasi tutti i libri in possesso alla sua famiglia e non di rado correva a spendere i suoi risparmi ad acquistare qualche libro si avventure al Villaggio vicino. 

A volte quando usciva per comprare un nuovo libro correva così a perdifiato che all’arrivo nella bottega della signora Rosemary non aveva neanche la forza di guardarsi attorno e doveva sedersi per riprendere fiato e inoltrarsi tra quegli scaffali pieni di riviste e libri. 

Spesso rimaneva tra gli scaffali interminabili minuti a cercare di fare la scelta migliore per la sua prossima lettura, indeciso tra un titolo accattivante o un autore che gli piaceva, spesso la signora Rosmary cercava di aiutarlo suggerendo questo o quel libro o magari un bel racconto illustrato. 

Jim odiava i racconti illustrati, era solito ribattere ai tentativi della vecchia bottegaia con la frase :”Se avessi voluto il sogno di un’altra avrei fatto il veggente!”.

La signora Rosmary era sempre divertita da quella risposta e allora lasciava il ragazzo alla sua scelta infinita fino a quando non fosse pronto e risoluto. 

Se la corsa per l’acquisto era a perdifiato quella per il ritorno era anche più forsennata.

La fretta di sedersi e cominciare a leggere era tale per cui il ragazzo spesso cominciava a leggere seduto fuori l’uscio di casa e di dimenticarsi di avvisare del suo rientro. 

Più volte il signor McPowell, vedendo che il ragazzo tardava, apriva la porta di casa per guardare se arrivasse per poi scoprire che era seduto e sudato immerso nella lettura fino al punto da non sentire né la porta aprirsi né il padre che gli rimproverava di aver di nuovo fatto quella cosa tanto odiosa di non averli avvisati. 

Quando Jim aveva un libro nuovo da leggere era come se al mondo non esistesse altro che quel libro. Nei giorni in cui era impegnato con una nuova lettura le sue corse su e giù con Point si riducevano di molto, il signor McPowell poteva pranzare senza dover rispondere decine di curiosità e anche le pecore sembravano godere del momentaneo silenzio che Jim regalava a tutti. 

Per McPowell era una soddisfazione vedere suo figlio così immerso e preso da una passione così sana, quanto, però, dovesse ammettere con se stesso che pareva che Jim avesse una passione fin troppo profonda per la lettura e che questi perdesse addirittura il contatto con la realtà quando si immergeva in un racconto. 

Per quanto McPowell fosse contento doveva fare anche i conti con un aspetto della sua mentalità di padre che gli imponeva di farsi domande sul figlio anche per qualcosa per cui ogni altro genitore avrebbe bramato accadesse.

Era così perplesso che più di una volta chiese alla moglie se fosse normale tanto coinvolgimento ed ogni volta la donna lo rassicurava argomentando che sarebbe stato pur meglio questo piuttosto di altro.

“I libri non hanno mai ucciso nessuno!”, diceva la donna mentre nascondeva un sorrisino affaccendandosi in una qualsiasi questione casalinga. 

Se l’innocente preoccupazione di McPowell si palesava quando Jim aveva un libro tra le mani, cosa che poteva durare anche giorni e giorni, spariva quando questi finiva la lettura e tronava ed essere il condottiero indomito delle sue fantastiche avventure e ricominciava a tempestare il padre di nuove e più numerose domande. 

Erano così le giornate di Jim, alternate tra dovere, fantasticherie e studio e la vita bastava a se stessa,trovava nella cadenza giornaliera di giochi e corse il suo stesso motivo di esistenza. 

La vita della famiglia McPowell e di Jim era semplice, costruita in un modo facile e innocuo. I mattoni della loro esistenza poggiavano su una base placida, solida; le pecore, i campi, il mare e l’immenso cielo cupo, che solo raramente si squarciava per lasciar esplodere il sole si ogni cosa, bastavo a definire qualcosa che non aveva necessità di essere considerato con strani sofismi, soprattutto per un bambino.

La semplicità non è mai una cosa scontata ma per fare queste considerazioni non basta l’animo di un bambino che la semplicità ce l’ha nelle vene e gli scorre dentro senza il minimo fruscio. La semplicità per un ragazzo come Jim era l’erba sotto le scarpe, un gabbiano posato su uno spuntone di roccia, il fuoco del camino. Non aveva bisogno di artifici per valutare quella vita semplicitá e non aveva bisogno di preoccuparsi di cosa fosse fatta. Bastava a tutto così com’era e niente avrebbe potuto cambiare le cose, perché avrebbe dovuto interessarsi di una cosa, che così com’era, altro non era che aria che riempie i polmoni e a cui non pensi che se mancasse, anche solo per un attimo, ti sentiresti morire.

Le corse, le fantasie, i libri, Point, il padre e la madre, la loro casa era un unico e Jim la prendere per quel che era, per quel che è giusto che sia per un bambino. Non vi erano condizioni perturbative, non vi era interesse nel ragazzo di vedere dentro i motivi per cui tutto era esattamente così com’era e se la godeva alla grande a vivere tutto il suo tempo senza dover badare se non alla sua immensa sete di vita e al sapore che aveva la sua stupenda libertà.

Non di rado veniva a trovarlo un suo amico, un certo Phil che abitava non molto distante. Phil si caricava su una vecchia bicicletta, evidentemente di suo padre o di suo nonno, e andava a trovare Jim nei fine settimana e passavano ore a scorrazzare su e giù per i prati perdendosi dietro a chissà quale avventura. 

In una di queste scorribande i due si inerpicarono su per la bicicletta di Phil e una volta assicurato Point in una sorta di cestino antistante il manubrio si spinsero fino al vicino paese e lo girarono tutto con la curiosità di spingersi fino alle vie che non avevano mai visto. Non c’è da sorprendersi seni due non conoscessero bene quel paese perché si andava li solo per provvedere nel caso ci fosse stato bisogno di fare qualche acquisto e spesso bastava fermarsi alla merceria della vecchia Rosemary per trovare quello di cui si aveva bisogno. 

Proprio per questo motivo i due non avevano mai visto più di tanto di quel cumulo di viottole e proprio per questo decisero di girare il paese in lungo e in largo. 

Arrivati in prossimità del paesino i due dovettero fare a cambio e Jim si lancio nella guida, e soprattutto nella pedalata, della bicicletta che cominciava a cigolare sui ciottoli irregolari dell’unica vera strada che percorreva il paese. 

Point scrutava tutto con aria curiosa ma si concedeva anche di appoggiare il musetto al cestino quando le vibrazioni non erano tali da infastidirlo. 

Il terzetto si lancio alla scoperta di ogni viuzza, guardava ogni casa, ogni albero e la vista di quei posti sconosciuti gli metteva nell’animo quel senza di scoperta che deve essere tipico e caratteristico proprio del genere umano. Più si addebtravano nel paese e più si accorgevano che era tutto nuovo, interessante, più di quanto lo stesso paesino lo fosse effettivamente. 

La mente dei ragazzi volava molto più veloce della loro bicicletta e certo sarebbe potuta andare anche molto più lontano se le forze non avessero dovuto fare i conti con il peso dell’allegro convoglio.

Stremato e ansimante Jim si fermò e i tre decisero di concedersi un breve riposo.

Point saltò dal cestino e subito si diede da fare per delimitare il nuovo territorio mentre Jim e Phil approfittarono di una fontanella per rifocillarsi e prender fiato. 

“Tutto sommato non è grande qui!”, Disse Jim ansimando e asciugandosi le labbra con la manica della giacca.

“Non rispose Phil, credevo fosse più grande. Lo immaginavo molto più grande.”, Rispose Phil prima di concedersi un sorso d’acqua.

Decisero a quel punto di proseguire verso uno dei tanti filatoi dove lavoravano la lana e di sbirciare dentro cosa facessero di tutta quella lana che le loro famiglie provvedevano a fornirgli. 

Si incamminarono e di li a poco furono nei pressi di un capannone grigio e dal tetto tondeggiante. 

Assicurato un parcheggio degno alla bicicletta cercarono di capire come poter guardare entro il capannone. Anche se avessero potuto chiedere di entrare e guardare senza particolari problemi al custode decisero che sarebbe stato molto più interessante sbirciare senza essere visti e divisero di inerpicarsi lungo una pila di balle che portava ad uno dei finestrini semi aperti del capannone. 

È inutile dire che quella pila di balle era più simile ad una montagna insidiosa per i due, avrebbe potuto essere il monte Everest o il K2 per Jim e come tali furono affrontate con tutta capacità immaginativa che potessero. 

Fu tale la gioia per essere in cima che poco badarono alla semplicità con cui Point si arrampicò e il fatto che lui li aspettasse ben accucciato non incrinò nemmeno per un attimo la conquista della vetta. 

Erano così soddisfatti Jim e Phil che avrebbero quasi voler avuto qualcosa da piantare su quella conquista ma la loro uscita non prevedeva una bandiera per la conquista.

Ricordandosi che il loro scopo era quello di sbirciare nel capannone e che per scelta avevano deciso che dovesse essere fatto di nascosto i due si accovacciarono e si avvicinarono al finestrone con atteggiamento ancora più furtivo e indagatore e nell’avvicinarsi si resero conto di quanto arrivassero dal capannone rumori duri, pesanti ed uno strano odore di olio. 

“Ma filare la lana è così rumoroso?”, Chiese Jim a Phil che alla domanda rese ancora più deciso il suo atteggiamento furtivo.

“Beh non saprei. Forse useranno qualche macchinario nuovo.”, Ribatté Phil strisciando verso il bordo.

Alla fine i due spinsero i loro musi oltre il bordo del finestrone e rimasero a guardare per un po’ quella massa che gli si stagliava sotto.

Era tutto grigio e fumoso, da quel finestrone usciva un odore pungente di metallo quasi come se un immenso polmone metallico inspirasse l’aria pura dall’esterno e la sputasse  fuori pregna di un ché di ferroso. A Phil sembrava come quando la catena della bicicletta doveva essere risistemata nei suoi ingranaggi e le mani si impregnavano di grasso, era la stessa specie di odore.

Sotto di loro un brulicare di nastri, ingranaggi, presse e scintille producevano un rombo pesante e continuo le cui vibrazioni portava ai ragazzi una strana sensazione di tremore, solo allora si accorsero che la pila di balle vibrava in maniera coordinata con l’incedere delle macchine della fabbrica.

Insieme alle macchine strisciavano e rumoreggiavano anche molti operai le cui fattezze rimanevano meno distinte delle enormi masse metalliche che governavano. 

Sembrava che quel posto dovesse vomitare immense quantità di metallo da un momento all’altro e che le stesse mura del capannone facessero fatica a contenere tutto quel trambusto di cose e persone in movimento. 

I due ragazzi rimasero affascinati e interdetti a vedere quello spettacolo, tutto immaginavano ma non certo che in quel capannone ci fosse bisogno di tutto quel trambusto per filare e lavorare la lana. Insomma loro sapevano che una fabbrica dove si lavora la lana non fa tutto quel rumore, percepivano, anche se non pienamente convinti, che quella proprio non era una fabbrica dove lavorassero la lana ma non riuscivano a definire cosa fosse tutto quello sbattere, stridii, vibrazioni.

Phil disse a mezza voce come se potesse essere sentito da qualcuno:”A me sembra l’inferno sto posto, altro che lana!”.

“Anche a me.”, Rispose Jim ancora più perplesso. 

Rimase ancora un po’ a sbirciare giù dal finestrone fino a che decisero di scendere e di andare via da lì prima che qualcuno potesse scoprirli. 

I tre scalatori ridiscesero la pila di balle e si fiondarono verso la bicicletta, in pochissimo tempo erano già lanciati verso la via del ritorno e piu andavano veloci e più le loro voci si facevano alte nel tentativo di discutere di quella fabbrica tanto strana. 

Le ipotesi si accavallavano di frenetiche e trovano posto le idee più assurde che potessero immaginare. 

Quel posto aveva qualcosa di sbagliato, qualcosa che i ragazzi non erano pronti ne a decifrare né a collocare in quello spazio di cose semplici ed estranee ad un rumoreggiare così altero e stridulo.

Quella fabbrica era estranea ai tempi ed ai ritmi placidi, cosa c’entrava una cosa così con il frusciare del vento tra i miliardi di fili d’erba, con l’incedere confuso delle pecore, con le colline sinuose?

Jim conosceva bene i rumori di quel posto, era la sua casa, e non aveva mai avuto la sensazione che uno qualsiasi dei rumori che lo circondava lo respingessero, lo infastidissero. Persino la finestra battente della sua camera non si poteva dire che lo infastidisse realmente, erano tutti rumori che lui conosceva e che aveva accettato come ritmo della sua vita. 

Nei rumori, negli odori, nei colori di quella fabbrica Jim percepì qualcosa di ignoto, fuori posto e, sinistramente, pauroso.