Sopra il pelo dell’acqua.

E in fine è solo un legno, certo, sagomato, piallato, costruito, ma è solo un legno. In certi punti non supera i venti millimetri ed è così sottile che senti lo scivolare delle onde proprio sotto i piedi.

Lo sai e non ti illudi, ma quel legno ha la dignità di barca, quella è una costruzione che tu conosci, le barche sono fatte per le acque del mare, ti dai coraggio e pensi che, in fondo, non c’è tutta quest’acqua tra la paura e la tranquillità. Dimentichi lo spessore del legno e sali perché peggio di così, veramente, non può andare. 

Non sei abituato al beccheggio, vomiti l’anima e pensi che, tutto sommato, non stai tanto male e senti ancora il legno della barca sotto i piedi, lo sfregare delle onde e sai che sei vivo perché senti il puzzo del tuo vomito e i sudore degli altri e poi c’è quel legno che ti tiene; la strada da fare non è poi molta. 

Tutto il tuo mondo finisce con i tuoi piedi sul legno umido e con i tuoi occhi sopra il fianco della barca; il mare cerca di entrare con piccoli schizzi ma pensi sia normale, lo è sempre stato. 

Tutto è poco: l’acqua, il cibo, lo spazio per pisciare e quello per defecare e allora lo fai lì e ti dici che almeno non ti sei vergognato come quella donna incinta e che, tutto sommato, la puzza viene spazzata via dal fresco del vento e dall’aria ancora gelida del mattino non iniziato. 

Tra il mare è te esiste il tutto e il poco, nel tuo mondo fatto di piscio, merda e vomito il poco lo senti con la fame, la sete, l’orrore del freddo; ti fa capire quanto poco sei vestito; c’è anche il tutto in quel piccolo guscio di mondo galleggiante: speranza, paura, dolore. 

Esiste un posto dove il tutto e il poco sono la stessa cosa e, quel posto, è il tuo posto su quella barca, solo il tuo posto, non quello degli altri.

Li si vive e si muore tutti allo stesso modo, il bambino che piange, la madre che implora, il vecchio impiastro e l’uomo che sei e quello che sono altri. Nel tuo piccolo mondo si vive e si muore perché è così che vanno anche i mondi piccoli.

Alla fine il mare arriva e non capisci se lui è saltato nel tuo mondo o tu sei scivolato dentro il suo; capisci che il tuo legno, il tuo posto, non è più il tuo mondo e senti l’acqua sfiorarti, agguantati, possederti.

Il tutto ora sei tu e le grida, la paura e l’acqua, non senti più piangere ne urlare; un tutto che è anche niente assoluto, la loro forza ti spinge giù fino a non sentir più nulla e respirare l’aria che non c’è. 

“Ti voglio bene mamma”, senti nella tua mente senza parole, senza speranza che un legno ti salvi, senti che il mondo ora non esiste più ne come posto, ne come mare, ne come tutto, ne come niente; quello non ti riguarda più.

Morto solo tra le paure degli altri e la tua, solo tra gli altri e come gli altri; nessuno a vedere, a rilevare il cuore che non batte, nessuno a scrivere una lista, nessuno a dire che sei morto tra il vomito del mare.

Nessuno muore veramente da solo, ma tu si, come tutti gli altri morti soli con te.

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